Logbook 469 – Temporibus illis

Un giovane studioso padovano dal nome medievisticamente evocativo – si chiama Niccolò Tomasin – mi scrive chiedendo informazioni su un saggio uscito per il Mulino nel 1992 e legato alle sottoscrizioni autografe e alla scrittura dei placiti altomedievali. Risparmio, per cortesia e carità di patria, chiarimenti su un contesto del genere,  peraltro complesso e illeggibile ove non vi sia una certa pratica paleografica che allora avevo e oggi non ho più. Quel libro era la conclusione di dieci anni di ricerca di Armando Petrucci con il sottoscritto. Ancora oggi è un testo adottato in molti corsi specifici, anche se – miracoli dell’editoria e delle fotocopie – risulta esaurito da una vita.

Il mercoledì mattina andavo a Teleroma56, alla Balduina dove impostavamo il Tg e poi verso mezzogiorno prendevo la moto e andavo alla Sapienza. Armando mi aspettava al bar che c’è, entrando all’ingresso a destra, per un panino veloce poi si andava in Facoltà a lavorare su riproduzioni e facsimili. Non era raro, ove e quando possibile, verificare gli originali in giro per biblioteche e archivi italiani. Le pergamene erano per me una straordinaria realtà, conservata negli archivi con mille anni e più alle spalle, mentre il Medioevo – quello vero – era una selvaggia passione che dura ancora, per quanto possibile. 

Di sottoscrizioni me ne ero cominciato a occupare, su mandato di Armando Petrucci, per la mia tesi di laurea che era legata alle sottoscrizioni autografe nel documento privato della Roma del X e dell’XI secolo. Erano gli anni 70 che sono ancora tutti da raccontare. Insomma, mi laureai nella primavera del 1979, con massimo dei voti e lode, il che non era peraltro assolutamente scontato, visto il piano di studi.  Tre annualità di Paleografia Latina, tre di Paleografia Greca e due (ma in realtà tre) di Letteratura Latina Medievale  con un genio assoluto come Gustavo Vinay. 

Quel libro -Scriptores in urbibus, titolo che solo il prestigio di Armando riuscì a far passare dai Mulinisti bolognesi – nacque dunque da quegli anni di lavoro. E’ forse  – insieme, per ragioni diverse, al Muro – il libro che riconosco più mio, anche se oggi avrei grande difficoltà non dico a scriverlo ma persino a rileggerlo. C’era dentro l’Alto Medioevo con i suoi protagonisti, senza filtri. Le loro firme e quindi il loro livello di cultura scritta, venivano fuori appunto senza filtri, senza sovrastrutture, diventando una sorta di dialogo diretto fra  persone separate da un intero millennio. 

Purtroppo non sono potuto essere di aiuto a Niccolò Tomasin cui auguro un buon lavoro. Gli appunti, le anagrafi eccetera , tutto il materiale che mi chiede, sono rimaste  dove le abbiamo lasciate, in quel secondo piano romano, con la Minerva che volta le spalle, dove oggi l’aula di Paleografia è intitolata non a caso a Armando Petrucci. Gli avrebbe fatto piacere.

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