C’era una volta l’Afghanistan.

         Le notizie che arrivano dall’Afghanistan in queste ore sono tragiche. Circa la metà della popolazione – oltre 22 milioni di persone – è allo stremo. Sono documentate fame “estrema” (come viene definita nel gergo tragico dei burocrati delle crisi), malattie e restrizioni sociali di cui è responsabile il regime talebano.

           Gli aiuti riescono ad arrivare solo al 2.7 % della popolazione. La situazione dei bambini è drammatica nel silenzio occidentale che, ancora una volta, preferisce guardare da un’altra parte. Fra i pochissimi, Save the Children cerca di mantenere canali di comunicazione e di aiuti aperti, in qualche modo e con estrema difficoltà. Molte delle pochissime informazioni che abbiamo, arrivano da loro.

            Eppure, venti anni di impegno valido e forte cui anche l’Italia aveva partecipato, facendosi onore in un’area difficile come quella occidentale, con il suo lungo confine con l’Iran, sono trascorsi e spazzati via. Ci sono stati morti e feriti italiani per cercare di restituire un Paese alla propria gente ma gli accordi che fece il primo Trump con i talebani annullarono tutto. Quell’accordo fu anche l’anticipazione di come Trump intende risolvere i teatri di crisi, mettendosi d’accordo con i peggiori a scapito delle popolazioni, delle regole e dei principi. Fece dunque l’accordo con i talebani che rientrarono a bandiere spiegate e ricominciarono a restaurare il loro regime fondato sul sangue, nonostante accordi, firme e promesse.

            L’Afghanistan però resta nel cuore, se hai avuto la fortuna di conoscerlo. Herat è una città bellissima piena di storie e memorie da Alessandro Magno in poi. I suoi panorami tagliano il fiato mentre la sua gente è bella e gentile. Oggi, intorno all’Afghanistan, c’è buio e silenzio e non è giusto per tante ragioni. La fuga tragicamente imbarazzante, dopo l’accordo con Trump, ha dato peraltro, si dice, l’idea a Putin che invadere l’Ucraina sarebbe stata una passeggiata di tre giorni, se il supporto che avrebbero potuto dare USA e UE era quello esibito in quei giorni afgani. Non fu però così, se oggi Putin si trova impantanato in una guerra da cui non può più uscire, nonostante Trump.

            Inciampo in una foto dell’ultima missione in Afghanistan. Siamo noi tre – il team MCT di quei giorni, un maresciallo, un sergente e un advisor – con alle spalle un’altra giornata non facile – né la prima, né l’ultima, in ogni caso – seduti davanti a uno dei luoghi tradizionalmente più importanti di una caserma, la lavanderia, tempio della democrazia militare e del gossip in uniforme. 

            Nessuno di noi, in quel momento, avrebbe mai immaginato che la tragedia afgana sarebbe ripiombata nel nulla, ignorata e rimossa con spietata e feroce stupidità. Il prezzo pagato è stato e è altissimo, soprattutto in sangue umano. Questo voltarsi dall’altra parte, l’Afghanistan, la sua gente, proprio non lo merita.

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