Logbook 10 – Il cimitero degli imperi

C’è una foto in questo blog, al termine delle note biografiche, molto particolare. Il luogo dove è stata scattata non esiste neppure più. È saltato in aria il 31 maggio del 2011 quando a Herat un’autobomba fece esplodere la sala grande del PRT, il Provincial Reconstruction Team gestito dal comando italiano di ISAF (International Security Assistance Force). Cinque morti di cui quattro militari afgani, trentaquattro feriti fra cui cinque bambini e una donna. Cinque soldati italiani feriti, uno di loro gravemente. Finirono di fatto in quel modo le attività dei Camp Vianini che venne poi ospitato a Camp Arena, la base militare accanto all’aeroporto.

Camp Vianini era una struttura singolare, ereditata dai russi che l’avevano usata come base di città. Camere e camerate, una piccola mensa sotterranea, il campo di basket e oltre il campo il comando in una piccola palazzina cui vidi avvicendarsi diversi comandanti principalmente alpini, carristi e dimonios.

Lavoravo allora in Rai, nella Direzione generale di Viale Mazzini. Mi occupavo della comunicazione sociale aziendale e gli impegni per attività internazionali, su richiesta del Governo italiano, ci avevano già portato in South Darfur, in Bosnia, in Libano. In Afghanistan, in collaborazione con gli ufficiali del CIMIC – il capitano Vincenzo Di Dato della Sassari fu il principale artefice del progetto e della sua realizzazione – Stefano Belardini del Tg1 e io realizzammo una serie di corsi per operatori dei media. Furono le mie prime missioni in Afghanistan con una cinquantina di giornalisti, fra cui alcune donne, e furono settimane molto intense, durante le quali questa attività finì addirittura per essere citata dagli americani a Kabul come format innovativo e efficace. Visto come sono fatti gli americani, il riconoscimento valeva doppio come ci fece notare – quando lo sapemmo – il generale Massimo Fogari, grandissimo comandante della comunicazione dello Stato Maggiore Difesa che aveva creduto e voluto fortemente il progetto. Fogari era alpino quanto lo può essere una persona nata sul versante italiano di Gorizia.

Tutto questo non esiste più. Non solo l’aula ma forse neppure molti dei giornalisti inquadrati in quelle foto. I talebani braccano, come è noto, con estrema ferocia i giornalisti visto che hanno solitamente la tendenza a raccontare la realtà, cosa che agli integralisti di qualsiasi natura risulta assolutamente da combattere. Occorre anche considerare che il giornalismo afgano, figlio bastardo delle tradizioni anglosassoni, era ed è un buon giornalismo, intelligente, liberale, attento. Spero veramente che quei giornalisti – alla fine erano diventati per noi amici – siano stati in grado di scappare o di difendersi in qualche modo. Resta però per me una convinzione – non so quanto dettata da un disperato ottimismo – che questi venti anni di libertà non sono passati invano e che le donne e gli uomini afgani sapranno tenere viva la brace e tornare presto liberi in un Paese liberato.

L’Afghanistan ancora una volta ha confermato la sua fama di “cimitero degli imperi”. Ci siamo impegnati molto – a un prezzo carissimo di vite e di risorse – e abbiamo fatto un grande lavoro ma di fatto non è bastato. Diciamolo pure chiaramente, abbiamo perso, anche se i vincitori – ammesso che siano i talebani – è molto probabile abbiano perso anche loro, cinque mesi esatti oggi dopo la loro presa di Kabul. I veri sconfitti, alla fine, saranno loro.

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