Logbook 47 – Il mare di Spinelli

A Civitavecchia sono un po’ di casa e ogni volta che passi davanti al carcere, a due passi da un mare dall’interno invisibile ma presente per il profumo, per il vento, per gli odori delle reti dei pescherecci poco lontano, ti torna in mente Altiero Spinelli. Devi molto a chi ti ha insegnato, magari non volendolo, i segni che la vita gli ha lasciato addosso, cicatrici, insomma gli unici veri ricordi indelebili. Curioso. Di cicatrici ne ho viste – e di orrende – ma chi le portava finiva sempre per amarle. Per esempio Altiero Spinelli.

Era ormai anziano quando lo incontrai. Candidato più volte alla presidenza del Parlamento Europeo, non ce l’aveva mai fatta perché comunque restava uno spirito indipendente e il Pci – che pure lo aveva fatto eleggere europarlamentare e in nome del quale aveva passato molta parte della sua vita in carcere – proprio per questo non si fidava. Lo incontrai la prima volta nel grande corridoio che contornava l’aula a Strasburgo. Circondato da un gruppo di collaboratori e di giornalisti – in quel momento era ancora il candidato presidente – dava vita ad una scena visivamente assurda. Il corridoio era lunghissimo ma lui faceva cinque passi avanti poi dietrofront, cinque passi e ancora dietrofront e così all’infinito. Dietro di lui, tutti gli altri cioè giornalisti, assistenti, funzionari e per ultimi i professionisti dell’hai-visto-mai, categoria politica esperta e diffusa, pronta a sentire il vento. Sembravano tutti scemi – visti da lontano – ma lo scemo ero io che non capivo.

Lo incontrai di nuovo per una intervista di un’ora, un’intervista che fece nel suo piccolo storia. Spinelli raccontò il suo ingresso nel carcere speciale a diciannove anni – diciannove anni – ed il suo esserne uscito che ne aveva quasi quaranta. Il tempo, lo spazio dilatato, la domanda ossessiva ne-vale-la-pena? E la risposta sempre positiva. Sempre. E giù cicatrici. Fu Ada Rossi, la moglie di Ernesto Rossi – autore con Spinelli del Manifesto del Federalismo Europeo, scritto a Ventotene in confino – a spiegarmi, diverso tempo dopo, la scena del corridoio. Perché – mi disse Ada sorridendo – se dai diciannove ai quarant’anni della tua vita, per ventidue ore al giorno, hai cinque metri per camminare, cinque metri di cella di rigore, il tuo corpo lo impara per sempre e, quando passeggi, sai passeggiare solo così. Aggiunse poi che a Ventotene la scena della enorme piazza, con tutti i confinati che camminavano in quel modo, era assolutamente tipica. Mi spiegò anche cos’è un regime. Il terrore, rispose, nel sentire all’alba l’ascensore che sale.

Intervista ad Altiero Spinelli – Teleroma 56, 28 gennaio 1985

Una opinione su "Logbook 47 – Il mare di Spinelli"

  1. Queste testimonianze sono importanti. Oggi piu’ che mai, in un mondo pieno di gente confinata nello schermo di uno smartphone o nel metaverse, o in twitter. Incapaci di fare anche quei cinque passi. Magari per comprendere meglio che esprime idee differenti o per comprendere chi si trova in situazioni difficili da capire, dal comfort del proprio salotto o della propria automobile, e sulle quali molti hanno certezze tipiche di chi non ha vissuto mai una situazione cosi’ estrema.

Rispondi

%d