Logbook 118 – Quando il mare si ritira

Solo oggi mi è venuto in mente che un grande scrittore italiano in fondo – neppure tanto in fondo – era ucraino. Vado a ricercare il suo libro più famoso e lo risfoglio. Saranno trent’anni che non lo riprendevo in mano e oggi – nonostante l’alluvione di giallisti che ha subito l’editoria internazionale in questi anni – scopri che resta uno dei migliori scrittori che abbiano utilizzato a pretesto il mistery. Lui lo ritrovo per caso nella mia mente, come si ritrova un legno, un sasso, una conchiglia, spiaggiate durante una mareggiata, qualcosa che sarebbe sbagliato ignorare o dimenticare.

“Venere privata” è stato un vecchio giallo difficile per tanto tempo da trovare in libreria, piu’ facile invece era trovarlo dimenticato in qualche vecchio scaffale o in solaio. Giorgio Scerbanenco era scrittore di scuola americana, veloce, teso, attento alla trama ma anche al ritmo. La Milano è quella degli anni ‘60, del boom, dove una ragazza viene trovata morta in un parco, apparentemente suicida. Un ragazzo della ricca borghesia, un vecchio poliziotto, una giovane sociologa che decide di fare da esca per smascherare un traffico di tratta delle bianche fanno da contorno al protagonista, Duca Lamberti, medico radiato per eutanasia e incaricato di guarire il ragazzo da un alcoolismo alle cui radici c’è un oscuro senso di colpa. Insomma la storia c’è ed è bella e attuale.

Scerbanenco ha pagato molte cose come scrittore, non ultimo il suo non frequentare i salotti che contavano negli anni ‘60. Nato a Kiev da madre italiana e con un padre ucraino, fucilato dalle guardie rosse durante la rivoluzione soltanto perché, a detta del figlio, indossava la divisa di insegnante, una infanzia e una adolescenza poverissimi che ne hanno condizionato vita e scrittura, Giorgio Scerbanenco scriveva libri d’azione ma veri, veloci, soprattutto pieni di umanità.

Ricordo, in occasione della sua morte, un ricordo d’autore che aiuta a capirlo. È Indro Montanelli a scriverlo.

“Giorgio Scerbanenco è morto. Non lo vedevo da venticinque anni, da quando eravamo rifugiati in Svizzera. Ma se non proprio di dolore, provo una trafittura di rimorso. Forse sono il solo, o comunque uno dei pochi a essermi accorto che Scerbanenco valeva molto più della quotazione, cioè della non-quotazione che la critica gli assegnava nella borsa dei valori letterari. Come costruttore di racconti, non era da meno di Moravia, e in quelli polizieschi era sul livello di Simenon”.

Oggi il più importante premio italiano dedicato alla letteratura gialla è intitolato a lui ed è giusto così.

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