Logbook 273 – Faccia ngialluta

In una ormai lunga vita non mi era mai capitato di incontrare San Gennaro. Prima di entrare nel Duomo, chiedo a un caro amico napoletano – diplomatico di antico e prestigioso corso – che ha lasciato materialmente Napoli molto tempo fa, almeno per quanto un napoletano può lasciare Napoli. Mi scrive che da sempre Napoli non ha paura di nulla ma che l’unica cosa che teme é il suo vescovo. Napoli insomma ama con paura oppure teme con amore San Gennaro, mi sembra di capire.

Solo però e’ parente soje – una delle comunità più esclusive di tutto il sistema solare – è autorizzata a insultare il Santo, anche se con attenzione . L’insulto tradizionale riprende il colore dell’oro che ha San Gennaro, dovuto ai maestri orafi francesi che nel 1300 lo realizzarono, utilizzandolo insieme all’argento. Il Santo – che santo non é a caso – le sopporta con pazienza anche perché sa perfettamente che anche loro, al di là della familiarità diciamo parentale, di lui hanno una certa profonda paura.

La cappella del Duomo e poi il Tesoro non sono ancora affollate. Ciò che si vede del Tesoro mozza il fiato. Anna – che con la oreficeria sacra e non e con la sua sua storia vive praticamente da sempre – mi aveva raccontato la bellezza del Tesoro, quando ebbe occasione per lavoro di studiarlo con attenzione. Aveva ragione anche perché dietro queste opere non c’è solo la ricchezza ma soprattutto l’arte e la fede – se di fede si tratta – che é all’origine del culto e di ciò con cui quel culto si rappresenta.

Esci dal Duomo con la sensazione particolare di avere incontrato qualcosa che sfugge, qualcosa che rimbalza dall’altare ai fedeli inginocchiati per poi tornare all’altare in un circuito che appare chiuso, che si potrebbe presumere eterno. É come se il vero centro della città fosse esattamente lì, dove dimora quel busto d’oro e argento.

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